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Macro > Europa
Da dove discendono i mali dell'Italia?
di Alvin A. River - 13/06/2018

Un recente rapporto di Natixis inchioda l'Italia alle sue responsabilità esclusive (si vede che in questo periodo non andiamo granché a genio ai francesi). La ripresa nell'Eurozona è ripartita anche prima dell'avvio del programma di acquisto di titoli da parte della BCE ad inizio 2015: lo si desume dal fatto che il tasso di disoccupazione continentale, solitamente variabile lagging, ha svoltato verso il basso sul finire del 2013; se si avesse la bontà di escludere dal computo appunto l'Italia.
Ecco, il problema è tutto qui. Perché fino al 2013 la percentuale della forza lavoro inoccupata in Italia era la stessa che si registrava nel resto dell'Eurozona. Poi, mentre in Europa le cose sono andate migliorando, in Italia sono peggiorate: il tasso di disoccupazione ha svoltato verso il basso solamente in concomitanza con l'avvio del QE da parte di Draghi.


Con l'aggravante che nel primo caso siamo di recente scesi sotto l'8%; mentre in Italia il dato ufficiale è ancora sconsolatamente a doppia cifra percentuale. In Italia si registra una considerevole disoccupazione strutturale, che non si riesce a piegare con il supporto della congiuntura sfavorevole.
Cosa impedisce alla disoccupazione di scendere dai correnti, insopportabili livelli? secondo il citato rapporto, si direbbe un costo del lavoro insostenibilmente elevato.


Fatto pari a 100 il costo del lavoro per unità di prodotto alla vigilia della nascita dell'Euro, la crescita in Italia risulta superiore di quasi 30 punti percentuali.
È abbastanza chiaro come questa disastrosa dinamica da un lato, aumentando il "prezzo" del fattore Lavoro, scoraggi le assunzioni; dall'altro produca una costante perdita di competitività che riduce le quote internazionali di mercato, comprime i margini di profitto, scoraggia gli investimenti e la crescita complessiva. A nocumento, in una spirale perversa, della stessa occupazione.




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