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febbraio 2018 gennaio 2018 dicembre 2017
L'impiego del CESI nell'allocazione di portafoglio
di redazione - 12/06/2018
«I mercati finanziari non sono condizionati dalle notizie "buone" o "cattive". L'importante è che siano "migliori" o "peggiori": rispetto alle precedenti aspettative degli economisti. Si ottengono così indicatori che misurano costantemente la capacità di far meglio o peggio delle previsioni. Questi indici si rivelano utilissimi nell'allocazione del portafoglio azionario».
 
Azionario > Piazza Affari
Borse UE meglio di Wall Street. MIB verso top pluriennale?
di redazione - 11/04/2018

Pubblichiamo l'intervista concessa da Gaetano Evangelista, Amministratore Unico di AGE Italia e redattore del Rapporto Giornaliero; a Davide Pantaleo, redattore del portale finanziario Trend-Online.com. L'intervista spazia su diversi temi: il rapporto fra borse europee e borsa americana, con le prime che hanno sottoperformato la seconda per diverso tempo; la forza relativa di Piazza Affari rispetto al resto del mondo, le prospettive di inversione di tendenza del dollaro e le sorti delle economie esportatrici, alla luce del protezionismo americano. Buona lettura!

DOMANDA. Wall Street continua a rimanere ostaggio del continuo botta e risposta tra Cina e Stati Uniti sulla questione dei dazi, mentre le Borse UE sembrano difendersi meglio in questa fase. Cosa si aspetta sulle due opposte sponda dell'Atlantico nel breve?

RISPOSTA. A grandi linee, e sorvolando per semplicità sulla questione cambio, il rapporto fra gli indici di Stati Uniti ed Europa riflette il confronto fra le rispettive congiunture economiche; il che francamente mi pare anche giusto, e persino confortante.
In valuta locale, l’Eurostoxx ha sottoperformato lo S&P500 da maggio scorso in avanti: riflettendo bene il deterioramento del nostro ciclo economico rispetto a quello americano. La figura in basso evidenzia come la differenza fra i CESI – i famosi indici delle sorprese economiche (linea rossa, scala di sinistra) – abbia svoltato verso il basso proprio a maggio scorso, trascinando con sé la performance relativa.


La buona notizia è che lo spread macro, per così dire, ha raggiunto un livello davvero infimo, e non può fare altro che risalire. Le borse hanno subodorato il cambiamento prospettico, e si stanno adeguando: già da alcune settimane l’Eurostoxx fa meglio dello S&P.
Penso che questa tendenza relativa sia destinata a perdurare nei mesi a venire.

D. Piazza Affari sta mostrando un'insolita forza relativa, con il Ftse Mib che sembra puntare di nuovo ai massimi dell'anno. Prevede ulteriore shopping in vista della stagione dei dividendi?

R. Davvero devo riconoscere di essere sorpreso dalla vitalità manifestata dal nostro mercato. Nel ranking da inizio anno, l’indice FTSE MIB sta consolidando il gradino più basso del podio, e stiamo parlando delle prime 25 borse al mondo per capitalizzazione. Tanto per dire, la prima borsa non emergente si colloca al nono posto, e vanta una performance oltretutto negativa.
A mio parere, la resistenza chiave è situata fra 23400 e 23500 punti. Fin lì, può essere tutto parte di un ampio movimento laterale in essere da settembre. Sopra, sarebbe inevitabile salire a nuovi massimi pluriennali.


A proposito di dividendi. La versione total return dell’indice All Share Italia è reduce dalla sollecitazione della parete superiore del canale ascendente in essere da nove anni. Non sfugge come il migliorarsi, rispetto al picco di gennaio, implicherebbe l’abbandono di questo sentiero di crescita, a favore di una traiettoria esponenziale: da un lato appagante, ma dall’altro fonte di instabilità prospettica. Ne vedremmo delle belle, in tutti i sensi, nel caso...

D. Il dollaro sta provando a risalire la china nei confronti dell'euro. Quali sono le sue attese?

R. Francamente non riesco ad essere bullish sul dollaro. L’euro sta godendo di una serie di fattori, fra cui la ricostituzione delle scorte valutarie da parte delle banche centrali mondiali, che se la diedero a gambe levate ad inizio decennio.
C’è poi un fattore fondamentale che tende ad essere trascurato: il rapporto di cambio più osservato del pianeta riflette il confronto fra i bilanci delle banche centrali di Stati Uniti ed Eurozona; ma in termini relativi, non assoluti: se prendessimo i bilanci di Fed e BCE, e calcolassimo la variazione annuale, otterremmo una misura che si sovrapporrebbe perfettamente all’andamento dell’Eur/Usd.


Per assistere ad un’inversione di tendenza, dovremmo sperimentare un cambiamento radicale di politica monetarie sulle due sponde dell’Atlantico. Finché tiene quota 1.20 dollari, a mio parere conviene restare lunghi di euro.

D. A proposito di Stati Uniti, non crede che le minacce di protezionismo dell’amministrazione Trump, possano mandare a gambe all’aria le economie e i mercati emergenti?

R. Questo è un tema a ragione sentitissimo, ma talvolta si trascurare di ponderare il parere di chi è meglio informato di tutti: i mercati.
È evidente che, nella misura in cui la politica degli annunci comporti una rivalutazione del dollaro, ciò produca ripercussioni sugli equilibri finanziari delle economie emergenti. Dopotutto ci sono 17 trilioni di dollari di debito denominato in dollari, ed emesso al di fuori degli Stati Uniti: perlopiù, proprio negli EM. Sicché fino a quando il biglietto verde si svaluta, o comunque non si apprezza sensibilmente, il servizio del debito degli EM non comporta tensioni per gli operatori economici.


Le economie esportatrici, in buona parte (ma non solo) emergenti, hanno perso terreno, in borsa, da quando Trump è stato eletto. Trovo divertente notare, però, che la forza relativa degli esportatori mondiali abbia svoltato verso l’alto, giusto da quando l’amministrazione USA ha innalzato i toni, minacciando inasprimenti tariffari sempre più estesi. In una specie di “Sell the rumour, buy the news”, i World Exporters hanno iniziato a sovraperformare nel momento in cui Trump ha fatto intendere di fare sul serio. Sono le “contraddizioni del sistema”...






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