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Tecniche d'analisi > Indicatori
Le virtù del lavoro notturno
di Gaetano Evangelista - 24/01/2018

Negli ultimi giorni gli investitori hanno dibattuto di uno studio, reso noto nel fine settimana, che ha confermato il segreto peggio custodito a Wall Street: evitare l’overnight per ridurre il rischio, è la scelta più scellerata che si possa compiere. Dopo il 2008, gli operatori hanno radicalmente rivisto il loro atteggiamento nei confronti del mercato. C’è chi è fuggito a gambe levate, giurando che mai e poi mai avrebbe più comprato un’azione; fosse anche salita del 400% (è la performance messa a segno dallo S&P500 dal minimo del 2009, nella versione “total return”); e c’è chi ha giurato a sé stesso di vendere sempre a fine seduta le azioni arditamente acquistate nell’intraday; perché, si sa, «i rischi maggiori si corrono portando le posizioni nell’overnight».
Ci viene riferito l’opposto: dal 1993, quando iniziano i primi scambi sullo SPY, il popolare ETF sullo S&P500, chi avesse avuto l’ardire di entrare long in sede di chiusura, liquidando all’apertura del giorno successivo; avrebbe portato a casa una performance cumulata complessiva del 568%. Chi avesse optato per una strategia meno aggressiva, liquidando sempre a fine seduta la posizione inaugurata in apertura, avrebbe conseguito dopo 25 anni una performance del -5.2%. Proprio così: malgrado il bull market, avrebbe perso denaro; e visto con malcelata invidia l’investitore più spregiudicato.


Bisogna a questo punto però, riconoscere che durante il corrente bull market lo scostamento fra le due strategie non è stato così netto: come segnala la figura in alto, la performance conseguita operando esclusivamente nell’overnight, è stata solo di misura superiore alla performance che sarebbe stata conseguita operando esclusivamente nell’intraday: 130 contro 118 percento. Scontro fra titani.
Non altrettanto può dirsi per le borse europee.


Con riferimento all’Eurostoxx50, dal 9 marzo 2009 ad oggi, un investitore “notturno” avrebbe portato a casa una performance superiore al 90%; un investitore “cauto” avrebbe subito invece un vistoso sacrificio: accontentandosi di un modesto 43%. Meno della metà.
Piazza Affari a sua volta è la prova più eclatante della scelleratezza di chi opera e raccomanda di operare esclusivamente nell’intraday: sempre dal 2009 in poi, in questo caso la performance cumulata decade ad un drammatico -76%. Chi fosse stato meno sconsiderato, comprando in chiusura e rivendendo sempre all’apertura del giorno successivo, avrebbe comunque portato a casa un lusinghiero 60% abbondante.


Ciò evidenzia forse il principale motivo dell’insuccesso degli investitori italiani: provati dalla drammatica esperienza del 2008, hanno iniziato a limitare la propria operatività (long) nell’intraday, subendo una pesante disfatta. Se avessero operato esclusivamente nell’overnight, avrebbero conseguito una performance decisamente gratificante.
Un paio di ovvie avvertenze. I calcoli effettuati non tengono conto di commissioni, spese e imposte. Lo scopo essendo stato quello di effettuare un confronto sia intra-market, sia inter-market.
In secondo luogo, sarebbe interessante verificare l’efficacia delle due strategie nell’ambito delle tendenze secondarie (ipotesi invero poco agevole per Wall Street; ben più per Piazza Affari). Ma questa, magari, sarà materia di un prossimo intervento...



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